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Il talento negli scacchi

Posted by Arcobaleno su luglio 13, 2009

Ho già espresso il mio desiderio!

Ho già espresso il mio desiderio!

 

“All’età di undici anni sono improvvisamente diventato bravo.” BOBBY FISHER


Ieri sera, Gianantonio Me mi ha chiesto cosa stia aspettando a diventare FM (Fide Master – per i neofiti). 

C’è ne vuole Gianantonio… soprattutto di tempo per andare a giocare i tornei! Ho sempre troppe cose per la testa, tra le più disparate, sicché tra una briciola di politica, una briciola di sport, una briciola di cultura, avrei anche imparato l’arte e non avrei neanche voglia di metterla da parte, ma qua la pagnotta non lievita e tutte queste briciole non mi sfamano, mi rimane giusto l’acquolina in bocca.

Sicché spero che al 5° Festival Internazionale Città di Cattolica che quest’anno avrà un montepremi di circa € 6000, vengano a giocare tanti GM e magari troverò anche il tempo per fare qualche partita di torneo, che una lezione di scacchi non la si butta mai via!

Leggevo proprio questa mattina nel libro del più forte GM di tutti i tempi, il paragrafo dedicato al TALENTO:

Il titolo di Grande Maestro degli scacchi è generalmente usato per designare solo i migliori giocatori del mondo. Fu creato dallo zar Nicola II per i cinque finalisti del grande torneo del 1914, da lui patrocinato a San Pietroburgo. Più tardi il titolo fu adottato dalla Federazione internazionale degli scacchi (FIDE), che stabilì i requisiti necessari per ottenerlo. Inevitabilmente subì un’inflazione fino ad arrivare all’attuale situazione di mille Grandi Maestri sparsi in tutto il mondo. Ormai i GM sono talmente tanti che per distinguere i migliori giocatori vengono usati titoli non ufficiali come “super Grande Maestro”.

Mi sono sempre chiesto che cosa separi un giocatore d’elite, uno dei primi dieci del mondo, da molti altri eccellenti giocatori che non riescono a piazzarsi tra i primi venti o i primi cento. Purtroppo le ragioni di un fallimento sono numerose quanto quelle di un trionfo: è impossibile generalizzare. Ogni giocatore ha le proprie ragioni per riuscire o fallire: di queste, la più discussa è anche la preda più sfuggente, il talento.

Il concetto di talento ha così tante definizioni e sfumature che non c’è da stupirsi di quanti dubbi sorgano al momento di applicarlo. Per i bambini prodigio è facile, ma noi possiamo solo provare meraviglia di fronte alle doti di Mozart, che compone sinfonie all’età di cinque anni, e di Pascal, che a dodici anni creava originali teoremi geometrici scrivendoli sulle pareti della camera da letto.

Gli scacchi sono, con la musica e la matematica, uno dei pochi passatempi in cui si possono manifestare già molto presto eccezzionali doti di capacità e originalità. Nel 1918 un bimbo di sette anni, il polacco Samuel Reshevsky (Rzeszewski), fu portato in tournée per tutta Europa, vestito alla marinara, e sconfisse intere sale affollate di giocatori adulti. Si sa che José Raul Capablanca imparò il gioco a quattro anni osservando il padre giocare, e presto fu in grado di sostenere incontri con professionisti affermati. Sammy Reshesky fu rivoltato come un guanto da psicologi di ogni tipo alla ricerca della fonte delle sue miracolose capacità. Come è possibile che un semplice bambino riesca a gestire un gioco che è sinonimo di complessità e difficoltà?

Tutti abbiamo sentito raccontare storie di bambini precoci e in genere pensiamo che si tratti di individui nati con doni speciali. Eppure, anche i loro straordinari talenti hanno bisogno dell’opportunità di rivelarsi. Il dibattito su ciò che è naturale e ciò che è viceversa appreso non può essere risolto così facilmente. Oggi conosceremmo Mozart se suo padre fosse stato un pittore invece che un insegnante di musica?

Il mio sviluppo precoce sicuramente fu dovuto in gran parte a fattori esterni. La mia famiglia scoprì presto la mia naturale attitudine per gli scacchi. Mi padre Kim, che a quei tempi stava lottando contro la leucemia, decise di mandarmi a una scuola di scacchi quando avevo sette anni e mia madre appoggiò quell’idea con entusiasmo. Oggi mi ricorda spesso che la sua speranza di allora era di riuscire a controllare la mia testardaggine, più che non incoraggiarla, e racconta l’episodio di una telefonata della mia insegnante di seconda elementare che mi aveva castigato per averla contestata in classe. Quando mi aveva detto che non dovevo farlo più perché poi tutti avrebbero pensato che ero il più furbo, io avevo risposto: “Perché, non è vero?”. Non invidio i miei ex insegnanti. 

Quasi ogni bambino prodigio, qualunque sia la sua attività, può ringraziare qualche parente che ha dato una spinta al suo talento. Per quanto riguarda i fattori interni, so che non avrei potuto raggiungere in nessun altro campo il successo che ho raggiunto negli scacchi: il gioco si è unito a me in modo naturale perché il mio talento aderiva ai suoi requisiti come un guanto.

Non tutti sono così fortunati, ma è un vero affare se afferriamo la fortuna nel momento in cui ci permette di unire capacità e carriera. Il problema è che, invecchiando, sempre più raramente mettiamo alla prova le nostre risorse e così è impossibile scoprire i nostri talenti. Se l’opportunità non si presenta precocemente, può sempre essere creata nell’età adulta. Possiamo trovare strade per sperimentare e ampliare i limiti delle nostre capacità in molteplici campi.

Garry Kasparov – Gli scacchi la vita – edito da Mondadori nel Novembre 2007

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