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Contraddire se stessi

Posted by Arcobaleno su febbraio 27, 2010

 

Gli uomini dabbene contraddicono gli altri. I saggi contraddicono se stessi.

(Oscar Wilde)

Come succede per la maggior parte dei luoghi comuni, “gli opposti si attraggono” viene usato nei pochi casi in cui sembra essere vero e dimenticato invece in tutte le altre occasioni. In genere l’attrazione deriva da somiglianze e affinità. A prescindere dagli irriducibili depressi che ci circondano, per sopravvivere dobbiamo piacere a noi stessi, e quando ci piacciamo abbiamo la tendenza ad amare le nostre caratteristiche anche negli altri. Un uomo timido potrà sicuramente trarre dei benefici se frequenta una donna estroversa, ma alla fine siamo portati a finire con partner con i quali abbiamo molto in comune. Forse il problema sta nel fatto che dire: “i simili si attraggono” sembra ridondante.

Ma non succede solo nella vita affettiva. Gli amici e i colleghi cercheranno persone con la loro stessa mentalità, ed è raro trovare un capo che non si circondi di gente che la pensa come lui. Chi però dispone del potenziale per i maggiori successi è un tipo di leader poco frequente, il capo che vuole con sé persone che abbiano opinioni diverse e che gli propongano delle sfide.

Le persone di questo tipo sono eccezzionali perché nessuno è contento di essere contraddetto o corretto. Bisogna possedere una grande dose di autocontrollo e fiducia in se stessi per circondarsi volontariamente di persone con cui sarà necessario confrontarsi. Se non si è in grado di gestire tale situazione, essa può portare a perdita di autorità o a un’anarchia di messaggi caotici. Dobbiamo avere fiducia nella nostra capacità di usare l’opposizione per rendere noi stessi più forti e le nostre informazioni più complete. La paura di essere sfidati è strettamente legata al timore infantile di essere in errore: entrambi possono essere di ostacolo al successo.

Ralph Waldo Emerson scrisse: “Possa io non cadere mai nel volgare errore di immaginarmi perseguitato ogniqualvolta vengo contraddetto”. Proprio come un’azienda monopolistica cresce a ritmo inefficiente e fiacco dopo anni di mancanza di competizione, noi diventiamo tropo sicuri e immemori se non siamo sottoposti a una dieta costante di nuove sfide e atteggiamenti e informazioni contrari.

Quando qualcuno è d’accordo con noi e appoggia il nostro punto di vista, questo alimenta la nostra fiducia in noi stessi, il che non è male. Nessuno potrebbe sopravvivere se fosse duramente attaccato tutti i giorni, e non esattamente allo scopo di formargli il carattere. Questo è un altro ancora degli equilibri, delle mescolanze, delle sintesi che sono così decisive per raggiungere i più alti livelli di cui siamo capaci. Il fatto che impariamo di più dalle sconfitte che dalle vittorie non significa che sarebbbe un vantaggio perdere continuamente.

I sistemi feudali e di casta possono essere morti quasi ovunque, ma nel mondo degli scacchi sono ancora vivi e in ottima forma. Le federazioni nazionali e internazionali hanno classi e categorie basate su punteggi che permettono ai giocatori di competere per un premio contro rivali dello stesso livello. I giocatori di prima categoria non possono partecipare alle gare di seconda categoria, così come un ventenne non può giocare nel campionato under 12. Ovviamente non esistono restrizioni in senso opposto. Un ambizioso principiante è libero di farsi impallinare nella sezione “open” in cui si trovano i giocatori con i migliori punteggi elo. Se sono le sfide che ci aiutano a migliorare, perché, a parte il monte premi, non dovrebbero giocare tutti nella sezione “open” del torneo? Non dovremmo imparare molto di più da nove sconfitte contro rivali fortissimi che da sei vittorie e tre sconfitte contro giocatori che sono più o meno al nostro livello? E’ una domanda che è diventata importante addirittura per giocatori che non hanno mai preso parte a un torneo, grazie ai software di scacchi. Un programma di computer, nel suo livello di massima difficoltà, può far fuori un qualsiasi giocatore dilettante senza alcuna pietà. Per ironia, il principale scopo delle compagnie produttrici di software di scacchi è oggi quello di trovare modi per rendere i programmi più deboli, non più forti. L’utente può scegliere tra diversi livelli e la macchina cercherà di fare abbastanza errori da lasciargli qualche possibilità. Ma di quante possibilità bisognerebbe poter disporre?

Trovare l’equilibrio giusto tra fiducia e correzzione dipende da ogni persona. “Perdete tante volte quante ne potete sopportare” è una buona regola empirica. Giocare nella sezione “open” e perdere 0-9 ogni volta significa farsi distruggere il morale molto prima di riuscire a diventare abbastanza bravi da ottenere un buon punteggio. A meno che non abbiamo un livello sovrumano di ego, o ne siamo del tutto privi, un flusso costante di negatività ci lascerà troppo depressi e frustati per poter operare i cambiamenti necessari.

Per quanto ci piaccia vincere (e l’ideale sarebbe naturalmente vincere ogni volta), è importante capire che gli ostacoli sono inevitabili e necessari se vogliamo fare dei progressi. L’arte sta nell’evitare le sconfitte catastrofiche nelle battaglie fondamentali, e ciò è ancora più importante nel mondo reale perché, se siamo ben protetti dai nostri sostenitori, in teoria possiamo sempre avere ragione. Non sono solo i dittatori e i faraoni ad avere sempre ragione: i politici e i grandi manager in genere attirano e cercano quelli che la pensano come loro e traggono energia dal contatto con i loro ardenti sostenitori, mentre accusano chi li critica di non volerli sostenere. Quando le cose vanno male, si può semplicemente attribuire la colpa ad altri. E’ pericolosamente facile passare dall’avere successo perché abbiamo spesso ragione al sentirsi dire che abbiamo ragione solo perché siamo noi e non qualcun altro.

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